Matteo Nucci: la meraviglia filosofica del Festival della Mente “Cercare, domandare, criticare. Perché è la critica che conta in un mondo che crolla”

Il 4, 5 e 6 settembre 2026 Sarzana si animerà di lezioni, concerti e spettacoli per la ventitreesima edizione del Festival della Mente. Promosso da Fondazione Carispezia e dal Comune di Sarzana, e diretto da Benedetta Marietti, il festival è un momento centrale della vita culturale sarzanese e un appuntamento che richiama visitatori da tutta Italia. Abbiamo chiesto a Matteo Nucci, scrittore e amico di lungo corso del festival, di raccontarci l’atmosfera e le emozioni che si respirano in città durante questo evento. E qual è, a suo avviso, la qualità che lo rende unico. 

Matteo Nucci: la meraviglia filosofica del Festival della Mente “Cercare, domandare, criticare. Perché è la critica che conta in un mondo che crolla”

Il 4, 5 e 6 settembre 2026 Sarzana si animerà di lezioni, concerti e spettacoli per la ventitreesima edizione del Festival della Mente. Promosso da Fondazione Carispezia e dal Comune di Sarzana, e diretto da Benedetta Marietti, il festival è un momento centrale della vita culturale sarzanese e un appuntamento che richiama visitatori da tutta Italia. Abbiamo chiesto a Matteo Nucci, scrittore e amico di lungo corso del festival, di raccontarci l’atmosfera e le emozioni che si respirano in città durante questo evento. E qual è, a suo avviso, la qualità che lo rende unico. 

Per me, il Festival della mente comincia il giovedì.
Sarzana è ancora silenziosa, ma le sue vie sono percorse da una specie di carica elettrica. Il sole di fine agosto scende in fretta sulle facciate dei palazzi intonacati a calce. Un lieve chiacchiericcio musicale si diffonde da bar e negozi semideserti ma in preparazione. In piazza Matteotti, il tendone principale è pronto. Dentro, i tecnici fanno prove, i vigili del fuoco controllano, i volontari cominciano a prendere confidenza. La grande porta di accesso al Comune è sbarrata, ma entrando dalla piccola laterale ci si divincola fra le montagne di libri che prendono via via posizione su scaffali e tavoloni. L'ampia scala di marmo sale verso gli uffici dove si lavora agli ultimi preparativi. Già da qualche settimana sono usciti articoli e i ritagli iniziano a riempire la bacheca che in tre giorni strariperà. Del resto, le anime del Festival sono al lavoro da poco meno di un anno e ormai ogni dettaglio è stato messo a punto. Un'unica incertezza domina incontrastata. È la contingenza imperscrutabile delle cose umane. Il meteo. Benché anche l'incrocio dei principali sistemi meteorologici sia stato studiato da chi dirige il Festival pur di sapere in anticipo se sarà pioggia (dannazione quasi sempre scongiurata), se sarà caldo asfissiante (problemino grosso nei tendoni) o se sarà mite e bello e sereno come è giusto che sia... benché ogni sforzo sia stato fatto per prevedere, le cose umane restano imprevedibili, e l'oscurità della sera scende su un gruppo di persone che trattiene il respiro.

Poi il venerdì tutto esplode. Non è l'esplosione della fiesta di San Fermín, con il razzo che sibila e rompe nel cielo afoso di luglio scatenando orde di genti in delirio. Piuttosto è una carica progressiva che vede le vie animarsi fin dal mattino con le sedie al sole via via prese di mira, mentre il pubblico degli appassionati inizia a sciamare in attesa che i giochi abbiano inizio. L'inaugurazione è una cerimonia laica. La voce di chi ha l'onore di offrire la lectio magistralis si diffonde dalla piazza, mentre la città come io la conosco, nella sua unicità di tre giorni all'anno, finalmente si prende la ribalta. E Sarzana diventa il centro del mondo.

Quel che succede fino alla domenica sera è difficile dirlo con esattezza. Ognuno ha le sue tappe fisse, i suoi punti di riferimento. E gli appassionati del festival, con i loro riti e le loro maniacali ossessioni, potrebbero descrivere paesaggi molto diversi fra loro. Eppure, alla fine, tutto trova un punto comune. Io scendo sempre dal parcheggio davanti alla chiesa di San Francesco percorrendo vie che conosco a memoria, ma ogni volta sorprendendomi. La meraviglia della scoperta filosofica domina, infatti, in questi giorni di festa. La principale delle meraviglie sembra che la offrano le lezioni e gli incontri con cui vengono scandite le giornate dal mattino alla sera. Esploratori, scienziati, studiosi. Donne e uomini che cercano una risposta (e che si abituano soprattutto a formulare una domanda) si alternano sui palchi del festival, fra tendoni, teatri, e cinema. Il programma – un prezioso libriccino bianco, sempre lo stesso e sempre diverso – passa di mano in mano e donne e uomini di ogni età si mettono in fila in attesa dell'evento, chiacchierando, discutendo, salutando. È allora che la più potente fonte della meraviglia filosofica mostra il suo volto. È l'incontro di un pubblico affezionato e sapiente, pieno di curiosità, a generare il clima perfetto del festival.

Può accadere ovunque. Non solo nelle file che si snodano fuori dagli ingressi. Ai tavoli dei bar. Davanti ai gradini della chiesa. Fra gli oggetti di antiquariato esposti all'ingresso di vecchi negozi. Fra le verdure scintillanti stipate sui banchi del Corso. Fra le librerie, i vestiti, i suonatori di strada, i poeti che declamano, i venditori di giornali rivoluzionari. O davanti al furgone del mito che dà voce alle storie di Giulio, il ragazzo che Sarzana amerà per sempre. Ovunque, l'incontro genera domande, saluti, questioni. Occhi brillanti di curiosità. Sguardi che cercano un consenso. O parole dure di critica. Io scambio chiacchiere ovunque. Ritrovo persone che mi pare di aver lasciato pochi giorni prima e invece è passato un anno. O ne incontro di nuove che già hanno assorbito lo spirito sarzanese. Cercare, domandare, criticare. Perché è la critica ciò che conta in un mondo che crolla.

La crisi. La decisione, il giudizio, il discernimento. Questo si esalta nei tre giorni di festa dello spirito. Questa festa, quanto a me, trova il suo momento sublime davanti al tavolo che io amo sopra ogni altro, piatto tondo e bicchiere, posate tintinnanti, nei pranzi leggeri di sole lieve o di ombra da tende che lasciano passare solo un po' di brezza. O nelle cene fresche quando ormai tutto è finito e si può soltanto discutere un po' con gli osti che la sanno più lunga di tutti e i ragazzi che lavorano per loro quasi fosse una famiglia. Si mangia da dio a Sarzana. E si beve anche meglio. E allora la notte arriva con una dolcezza che ogni volta è diversa.

Poi tutto finisce. È lunedì mattina. Spesso, incredibilmente, piove. Si fanno i bagagli. Si lascia la città. E se si percorrono i suoi vicoli ora vuoti di sedie e di librai di strada e di vecchi chini sulle loro tavole da scacchi, viene da commentare con la stessa malinconia di Hemingway nel suo primo romanzo. Perché tutto a Sarzana assomiglia a una fiesta spagnola piena di vita e di curiosità e di meraviglie e di amore, tranne il razzo che non la apre. E anche a Sarzana, come in quelle settimane di felice vitalismo spagnolo, la malinconia si stempera solo con la consapevolezza che mancano 364 giorni alla prossima festa e si può ricominciare il conto alla rovescia. Solo così infatti è possibile immaginare l'eternità.

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Marco Rossi
Direttore, Sarzana CDC 2028

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